Blog - News Area Cultura

La storia autentica dell’antico Borgo di Casino

Servizio redatto dal

Dott. Andrea Catalfamo

Premessa:

I nostri antichi padri latini dicevano che “historia magistra vitae est”, oggi invece scopriamo …ohibò… che la storia oltre che dispensatrice di lezioni di vita può anche essere propagatrice di “balle e stupidaggini”. Qualunque profilo storico, anche se riguardante piccoli centri, si traccia e si propone “in primis” con umiltà e poi.. con cognizione di causa e sulla base di studi e ricerche che durano anni … (a volte una intera vita). Inoltre ci si deve avvalere di titoli accademici, letture costanti e pubblicazioni: insomma occorre vi sia perizia, costanza ed amore per il passato, per le tradizioni, per i retaggi e gli accadimenti di un luogo, un evento, una comunità.
Non ci si improvvisa storici se non si hanno alle spalle decenni di approfondimenti, analisi, comparazioni e sopralluoghi. Invece apprendiamo da recenti ridicoli articoletti apparsi sul web che il borgo collinare di Casino sarebbe stato sede, in passato, di opifici per la salagione delle sardine (sic..!)…. ( mai stata presente nel paesino, a vocazione esclusivamente agricola, alcuna attività del genere), …che il nome fu cambiato in “Belvedere” a causa del disdoro che la denominazione di “Casino” arrecava alla locale Stazione dei C.C. (cosa del tutto falsa poiché il nome della località fu modificato parecchi anni dopo il trasferimento della Caserma e solo su iniziativa di un comitato cittadino capeggiato dal compianto prof. Cirella, nato da una protesta nei confronti delle autorità regionali),… che il borgo fu località scelta per tenervi fantomatici convegni segreti dei separatisti dell’EVIS (dato totalmente inventato e non suffragato da alcuna prova degna di questo nome), … che le “preziose” notizie narrate in merito furono raccolte e rese note da partiti politici del posto, particolarmente sensibili …udite.. udite…!! al tema della conservazione delle radici popolari del luogo … e dei suoi trascorsi storici… ed altre corbellerie e falsità che vi risparmiamo e sulle quali è meglio stendere un velo pietoso ( ed imbarazzato) di silenzio.
La storia di Casino, quella autentica e assai aderente al vero, fondata su date, fatti e circostanze ben precise nonché su deduzioni logico-temporali, frutto di un lavoro paziente e meticoloso di ricerca, applicazione e capacità di analisi e approfondimento, … la potete leggere, se vorrete, qui sotto…( in una stesura ancora sicuramente lacunosa e imprecisa, ma di certo condotta con metodi più seri e scientifici rispetto agli articoletti spassosi di cui si parlava prima,… hainoi… sottoscritti e condivisivi addirittura da figure istituzionali cittadine,… evidentemente a digiuno di rudimenti di storia locale,.. la cui insipienza purtroppo ci è ormai tristemente nota
“Ognuno col suo mestiere,” recitava un vecchio adagio popolare, ..peraltro ancora valido.

Buona lettura

 

 

 

ITINERARIO STORICO CIRCA LE ORIGINI LO SVILUPPO E IL DECLINO DEL BORGO AGRICOLO
DI "CASINO": PASSATO E PRESENTE

Casino/Belvedere, vista dall’alto

 

Il Comune di Falcone (ME), con una popolazione di 2.760 abitanti, si estende su una superfice di 9,4 Km., si affaccia sul Mar Tirreno (Golfo di Patti) e ha due frazioni: S.Anna e Belvedere. In questo breve lavoro parleremo delle origini e del percorso storico della frazione di Belvedere, già Casino di Falcone.

Nella prima metà dell’800 ed anche oltre, infatti, quando Falcone era ancora un “sobborgo” di Oliveri, la maggior parte della popolazione, prettamente agricola, risiedeva sulla collina che domina la costa: il nucleo abitativo più numeroso dell’attuale comune di Falcone risultava essere, perciò, proprio quello residente nel borgo collinare di Casino di Falcone, oggi Belvedere.

Nel corso del XX° secolo, però, lo sviluppo dell’attività marinara e dei trasporti determinò un rapido popolamento della pianura che forma l’attuale centro urbano capoluogo con un conseguente calo demografico della frazione pedemontana che oggi, a causa anche dei fenomeni emigratori verificatisi nei decenni successivi, conta solo la presenza di poche centinaia di persone, per lo più anziani.

Ma tentiamo di tracciare un breve profilo storico di questo pittoresco ed ameno borgo.

E’ d’obbligo, innanzitutto, per meglio comprendere le origini e lo sviluppo del Comune di Falcone e delle sue frazioni, partire da alcuni necessari accenni storici relativi alla vicina località montana di Montalbano Elicona.

Il Casino di Caccia

Federico II di Svevia, grande Imperatore e personalità poliedrica ed affascinante, coltissimo e innovatore, pare nutrisse delle attenzioni particolari verso questa cittadina di montagna, tanto che si impegnò in prima persona a far costruire molti dei suoi monumenti principali, tra i quali si cita lo splendido Castello di Montalbano Elicona, su una preesistente struttura arabo/bizantina, che non solo doveva fungere da importante base difensiva, ma divenire, come poi realmente accadde, anche una delle residenze preferite dallo stesso che, colpito dall’amenità dei luoghi, decise di trascorrervi le sue vacanze e dedicarsi ad una delle sue attività preferite: la falconeria.

Tale maniero, come detto, ampliato e valorizzato da Federico II di Svevia, fu successivamente ricostruito e trasformato dal re Federico d’Aragona, noto anche come Federico III di Sicilia, da semplice fortezza in “regiae aedes”, e fu eletto, quindi, a residenza reale per i soggiorni estivi.

L’illuminato sovrano aragonese visitò saltuariamente e per brevi periodi questi luoghi, accompagnato dalla sua corte e dal suo consigliere e medico personale Arnaldo da Villanova, medico, alchimista e teologo, e ad essi fu molto affezionato.

Dalle fonti storiche sembra che il re, affetto da podagra, malattia meglio conosciuta con il nome di “gotta”, avesse stabilito il trasferimento estivo della residenza regia da Palermo alla località montana per sfruttare le proprietà curative delle acque salubri della sorgente del Tirone, contenente efficaci sostanze oleaginose da cui traeva sollievo, ma i motivi che lo legavano al territorio erano anche altri: ad esempio la passione per l’architettura, la geometria, per il misticismo e l’astronomia: (poco distante trovasi, infatti, l’osservatorio completamente naturale dell’Argimusco), nonché la falconeria (sulle orme dell’altro grande regnante Federico “stupor mundi”).

Risaputa era inoltre la sua forte passione per la caccia con il falco e numerose erano le escursioni in tutta la zona a cui partecipava; battute che personalmente organizzava e guidava spingendosi fino alla parte collinare dell’attuale territorio di Falcone.

 

Castello Federiciano di Montalbano Elicona

Tenendo conto di ciò alcuni storici hanno avanzato l’ipotesi che il toponimo “Falcone” possa trarre origine dall’antica caccia col falco che si teneva, come visto, nei paraggi di Montalbano fino a lambire, scendendo a valle, l’attuale suolo del Comune di Falcone.

Giova ricordare, a questo punto, che vi era ubicata già, sul sito su cui sorge l’odierno abitato di Casino/Belvedere, una caserma/fortezza (con caratteristiche tipiche di una costruzione militare avente, data dalla sua felice ubicazione su un poggio collinare da cui si scruta tutto il golfo di Patti, funzioni prettamente difensive e di avvistamento) risalente, si presume agli anni 1038/1043, di fattura araba, in seguito adibita a carcere del Castello di Oliveri (ad oggi è ancora possibile vedere i resti delle possenti mura perimetrali e del pozzo al centro di un cortile interno).

Si ha ragione di credere che detto presidio/fortilizio venne col tempo destinato ad altri scopi. Infatti è assai probabile che in un momento successivo i caseggiati formanti il fortilizio siano poi stati modificati e riadattati a Casino di caccia a uso dei regnanti che soggiornavano periodicamente al Castello di Montalbano e si spingevano a volte in battute di caccia sino in fondo alla vallata che vi fa da conca.

Il casino di caccia era, in sintesi, un edificio residenziale rurale, di aspetto signorile, di dimensioni variabili, adibito essenzialmente, all’attività venatoria, diverso però dalla residenza di caccia, la cui struttura architettonica era più vicina a quella della grande villa padronale o del castello.

“Casino” è un termine, infatti, la cui etimologia significa: “residenza signorile rustica”. Particolarmente in Italia, specie al Sud, il c.d. <casino> affiancava, talvolta, all’attività venatoria vera e propria quella più spiccatamente agricola.

Tipica, nella proprietà dei <casini>, ma non necessaria, era, infatti, la presenza di un vigneto e/o oliveto d’estensione variabile.

Alcuni “casini” erano anche adibiti all’aucupio (Caccia ai volatili per mezzo di reti), presentando in aree limitrofe specifiche reti per l’uccellagione e capanni d’appostamento. Non di rado, i “casini di caccia” venivano custoditi da uno, o più, fittavoli o coloni che si occupavano principalmente della manutenzione della dimora, delle reti e della cura del fondo relativo.

Occorre specificare, per completezza, che fino all’anno mille la caccia era solo una forma di sussistenza, quindi una necessità, o per lo meno un lavoro servile praticato dalla povera gente, mossa dalla fame e dagli stenti. Soltanto durante l’epoca medievale essa divenne manifestazione di lusso e di cavalleria e quindi prova di una civiltà in evoluzione, come di fatti attestano arte e letteratura. Lo stesso spirito cavalleresco del medioevo non mancò di esercitare la sua influenza anche sulla caccia (intesa non solamente quella venatoria), e perfino i nobili di alto blasone non si sdegnavano di praticarla, di scriverne e di farsene maestri. Ne sono un esempio il citato imperatore Federico II e tanti altri principi e letterati di cui parla Ercole Strozzi, dignitario di corte e poeta, nella “venatio”, uno dei migliori poemi della rinascenza.

Con l’andare del tempo i “Casini di caccia” furono dotati di locali sempre più accoglienti e comodi, per potervi anche intrattenere ospiti in battute di caccia e pranzi conviviali. Anche molte dame di corte non disdegnavano dilettarsi con l’aucupio, come si evince da non poche testimonianze delle cronache del tempo.

Non appare peraltro affatto avventata l’ipotesi che lo stesso antico nome della frazione Belvedere, che chiamavasi appunto Casino fino a pochi decenni orsono, possa riallacciarsi, come sopra ipotizzato, all’esistenza “in situ” di un qualche “Casino di caccia” o che la stessa fortezza/carcere di costruzione araba ivi esistente, all’uopo modificata, possa essere stata utilizzata anche come luogo di sosta e ristoro per l’augusto cacciatore ed i suoi accompagnatori durante le sue uscite venatorie (al fine di rifocillarsi, riposarsi o passare la notte in attesa di fare ritorno al Castello di Montalbano).

Castello di Oliveri

 

Il Casale

Ma che il ruolo rappresentato dalla frazione di  Casino ( denominata, talora, anche col vezzeggiativo di <Casinello>, onde evitare l’associazione sconveniente del toponimo all’idea di  postribolo, o luogo dove regna il chiasso ed il caos e si esercita il meretricio fosse assolutamente, nel passato, primario e centrale  per l’intera area oggi riconducibile al territorio comunale falconese, può trovare conferma nel fatto che la sua vecchia denominazione, Casino appunto, non si esclude, forse, possa, farsi coincidere, in alternativa alla precedente ipotesi, al toponimo “Casale”, che nell’espressione idiomatica del medioevo identificava un gruppo ( o piccolo nucleo) di edifici a carattere rurale finalizzato alla coltivazione del c.d. “Latifondo”, che in talune aree dell’Italia, e segnatamente nel messinese, raccolse l’eredità dell’antico impianto feudale).

Il Latifondo, com’è noto, individuava, solitamente, una vasta proprietà terriera segnata da naturali confini (la china di un monte, il corso di un fiume, un fossato, una stradella interpoderale), più o meno dissodata, più o meno selvosa, insomma una struttura che scaturirà dal preesistente assetto agricolo feudale il quale, peraltro, già prevedeva l ’insediamento di villaggi rurali e l’esistenza tollerata di piccoli fondi di proprietà contadina, orbitanti comunque nel feudo che li inglobava. Ne discende, qualora questa chiave di lettura fosse fondata, che la sola designazione di un aggregato abitativo alla funzione di “Casale” può bastare a convincerci della preesistenza sul luogo di una popolazione che si reggeva ormai da tempo, in una fase cioè già parecchio precedente all’avvento del latifondo, da farsi risalire al momento della sua anteriore infeudazione (e magari anche prima): una popolazione costituitasi a comunità identitaria, compiutamente formata ed organizzata ( come già peraltro supposto in altri passaggi del presente lavoro)

Ma tornando alla tesi formulata in precedenza circa il ruolo ricoperto da Casino/Belvedere nella storia del Comune è utile ricordare che dal punto di vista giuridico/ agronomico è evidente che il feudo era sostanzialmente diverso dal latifondo; infatti sotto l’aspetto strutturale, e anche per certi aspetti formale, il latifondo sostituì (almeno in questa zona) in larga parte il feudo, sia per quanto riguardava la struttura agronomica, sia per ciò che concerneva la gestione e la contrattazione agricola mantenendo però la presenza nel contado di piccoli nuclei abitativi, con casupole e magazzini, necessari per la dimora dei villici, addetti alla cura dei campi, all’allevamento del bestiame, alla lavorazione e stoccaggio dei prodotti da fornire al proprietario per la commercializzazione ( con la possibilità che taluni di essi mantenessero la proprietà di piccoli campi destinati principalmente all’autoconsumo)

Trattasi ovviamente di una mera interpretazione di ordine logico-deduttivo che si mostra lacunosa e priva di tangibili evidenze storiche e che necessità, ovviamente, di ulteriori apporti di studio e approfondimento ma che rappresenta comunque una buona base di partenza per l’inizio di una analisi di ampliamento e rafforzamento dell’ipotesi indicata.

Ciò potrebbe indurre, “cum grano salis”, ad affermare che la popolazione “casinota” possa essere di antichissima origine, financo antecedente alla nascita della polis di Tyndaris, ma detta asserzione risulterebbe, qualora la enunciassimo, storicamente non seria e affidabile poiché non vi sono solide evidenze storiche che avvalorino la tesi in questione tranne il rinvenimento dell’ interessantissimo sito sepolcrale di Monte Giglione risalente addirittura alla cultura neolitica, al 3000 a.C., definita  “cultura di Stentinello” (una cultura diffusasi nella Sicilia orientale e in altre aree dell’isola, sul litorale tirrenico, in Calabria e nell’Arcipelago Eoliano ). Le sepolture di questa cultura, rinvenute in vari luoghi della Sicilia, ma principalmente nelle aree sopra indicate, erano costituite da fosse, o incavi, di forma ovale, scavate nella roccia e la cui apertura esterna era, rispetto al piano di campagna, superiore al metro, entro cui giacevano inumati in posizione rannicchiata sul fianco destro, i corpi dei defunti.

Pur tenendo conto delle specifiche interpretazioni proposte per le singole aree nelle quali tale fenomeno è emerso dopo l’effettuazione di scavi archeologici o di rinvenimenti casuali è indubbio che si mostra quanto mai valido il concetto secondo cui questo tipo di monumento funerario collettivo avrebbe svolto, accanto alla funzione pratica di spazio sacrale di sepoltura, un ruolo primario nel rafforzamento delle relazioni sociali all’interno delle comunità e la funzione di “marcatore territoriale”, espressione simbolica del possesso del territorio circostante, con riferimento agli antenati. Sulla base di questo stesso modello interpretativo, la presenza di un’area specificamente distinta, adibita alle deposizioni dei defunti viene, pertanto, a configurarsi come punto focale del territorio, simbolo della coesione e dell’identità della comunità, con riferimento tangibile agli antenati, ed area di culto e di pratica rituale. Inoltre è ragionevole pensare che, come accertato per molti sepolcreti d’età neolitica che si trovavano di solito nei pressi degli abitati e in alcuni casi all’interno degli stessi, anche quello di Monte Giglione non si differenziasse dagli altri. E’ logico pertanto credere che nei paraggi del monte sorgesse un agglomerato urbano già in epoca largamente antecedente allo stanziamento dei Siculi, e alle dominazione greca e romana.

Quando si parla, infatti, delle origini dei “nostri” centri abitati si fa spesso riferimento a Greci e Romani, e prima ancora ai Siculi, ma l’area archeologica di Giglione, è la prova, oseremmo dire inconfutabile, che le “nostre” terre furono abitate già millenni prima da genti allogene che avevano raggiunto un certo grado di civiltà poiché già permeate dal sentimento del culto dei morti e legate alla celebrazione di rituali devozionali in loro onore.

 

Una cella della Necropoli di Monte Giglione

 

Questa necropoli, riconducibile verosimilmente all’Età del Bronzo, molto poco conosciuta e studiata, con le caratteristiche <tombe a grotticella> (cioè con la struttura di un loculo a forno, il cui nome stesso ricorda la struttura dei tipici forni siciliani. Similmente infatti, essa presenta una camera sepolcrale a forma di grotticella con un’apertura di esigue dimensioni), attende, di essere “riscoperta” e resa oggetto di ulteriori studi: quando le autorità preposte se ne interesseranno, promuovendo una adeguata campagna di scavi e con un “doveroso” recupero dell’area ai fini della pubblica fruibilità, saremo finalmente soddisfatti.

LA PISSIDE DEL PITTORE DI FALCONE (rinvenimento archeologico di reperto risalente al III sec. A.C.)

Altra prova (se ancora ce ve ne fosse bisogno) dell’importanza rivestita nel passato dal sito che ospita l’agglomerato abitativo di Casino è la scoperta fortuita di un vaso (pisside schifoide-III S. A.C.) detta del “Pittore di Falcone” a motivo del suo ritrovamento ne nostro territorio), avvenuta nel 1904 ad opera di un ignaro contadino mentre zappava un terreno incolto.  Il manufatto è esposto al Museo <Salinas> di Palermo. Gli studiosi ritengono sia opera di una Scuola artistica pari per importanza a quella campana ed eoliana, fiorita nella prima metà del III° secolo A.C. in tutta la Magna Grecia ed in particolare nel territorio Tindarideo.

Pisside schifoide detta del pittore di Falcone - III sec. A.C.

 

Il prezioso manufatto fu, rinvenuto agli inizi dello scorso secolo (1904) nelle campagne a ridosso della frazione Casinello, oggi Belvedere, 8 km circa a sud–est delle rovine di Tindari, del tutto casualmente da un contadino che lavorava la terra, in una campagna attigua alla nostra frazione (C.da Ciaramitaro dal siciliano “ciaramiti”, cioè coccio di terracotta, il quale a sua volta deriva dal greco antico κέραμος, ‘kéramos’, che significa “argilla”): fascia di terreno così chiamata presumibilmente poiché pare che quel  podere, da testimonianze orali tramandateci dai nostri anziani, un tempo fosse pieno di antichi frammenti di terraglie a dimostrazione che l’area era stata nell’antichità o sito adibito ad inumazioni o, addirittura, sede di un laboratorio di ceramisti e centro importante di fabbricazione di vasellame di argilla lavorata, laterizi e oggetti in creta d’arte muliebre e funeraria.

Il ritrovamento avvenne in un appezzamento di terreno a ridosso di un viottolo, una sorta di mulattiera, che dal comune di Falcone allora, salendo, conduceva, a Tripi, l’antica città sicula di Abakainon, rivale di Tyndaris. La preziosa Pisside era contenuta in un sarcofago di cui, però, non si hanno notizie: pare che l’incauto contadino l’abbia sciaguratamente aperto e distrutto a colpi di zappa non rendendosi conto dell’orribile scempio che stava compiendo.  I particolari della scoperta restano ignoti, poiché il rinvenitore del sepolcro ne distrusse le tracce e ne nascose furtivamente per giorni il contenuto. La Direzione del Museo di Palermo, venuta a conoscenza del fatto, (il contadino ne parlò in paese e la notizia venne all’orecchio della locale Stazione

dei C.C. che intervenne e requisì il reperto) agì in tempo per assicurare allo Stato ila pregevole creazione artistica, che oggi trovasi custodita nel suddetto Museo palermitano. Una indagine condotta in «loco» da funzionari dei Beni Culturali accertò che il sepolcro constava di un involucro tombale in pietra scolpita, di calcare arenario, lungo m. 1,70 circa, sciaguratamente frantumato dallo scopritore.

Il sarcofago conteneva oltre al vaso, anche alcune tazzine, di creta non dipinta, forse da utilizzare come recipienti per unguenti, le quali anch’esse furono rotte e disperse, perchè giudicate di nessun valore venale, una fiaschetta di creta (alta cm. 9) assicurata al Museo insieme col vaso principale, ed una stupenda corona aurea costituita da nove dischetti dorati a forma di petali di ro¬sacea originariamente montati su un nastro oggi non più conserva¬to perché realizzato in materiale deperibile e deterioratosi nel tempo. In verità le nove laminette circolari d’oro furono rinvenute a qualche metro di distanza dal contadino, alcuni giorni dopo la sua sco¬perta, e furono anch’ esse recuperate, per fortuna, e consegnate alle autorità.

Evidentemente l’ignaro contadino, scopritore del sarcofago, o perlo¬meno così egli poi riferì, nella furia di far presto per nascondere gli oggetti rinvenuti fra le zolle, lavorando all’alba, e quindi in semioscurità, non vide queste sottili lamine; ma, ritornato sul luogo successivamente, le raccol¬se rimaneggiando il terriccio da lui smosso per allargare lo scavo. Le laminette risultano essere di un taglio così perfetto, che possono essere inscritte in una circonferenza, portano un foro nel centro, dal quale si dipartono cinque strie, ai cui estremi la curva periferica è interrotta da una lieve rientranza, determinando così cinque petali d’un fiore. Questi nove piccoli dischi rappresentano nove corolle di fiori, che probabilmente ornavano le vesti o il lenzuolo funebre della persona inumata, che doveva essere sicuramente di alto lignaggio o appartenere a famiglia ricca e potente.

Questo vaso, di rara bellezza ed inestimabile valore, era solitamente un dono di nozze che, come in questo caso, accompagnava la proprietaria (una nobildonna) anche dopo la morte, deposto tra gli oggetti del corredo funebre nell’urna della defunta: la scena finemente dipinta sulla pisside, rappresenta un personaggio della mitologia greca, il Papposileno, ovvero il satiro anziano, una sorta di selvaggia e lasciva creatura dei boschi, attorniato da Eros e da cinque donne.

Casino:Scorci

 

Concludiamo qui questo breve excursus sulle origini, lo sviluppo e il declino del borgo collinare di Casino/Belvedere ( fatica certamente non esaustiva e soddisfacente nonché bisognevole di ulteriori indagini storiche e approfondimenti, ma condotta pur tuttavia con serietà e cuore) non senza prima auspicare, però, che tale lavoro di accurata, scrupolosa e attenta ricostruzione storico/antropologico, socio/economico e culturale in senso lato, venga ripreso, ampliato e, sperabilmente, completato in modo da dare a questa suggestiva piccola località lo spazio ed il peso che merita.

Dott. Andrea Catalfamo

Consigli Comunali

Riproduci video